Magari è una moda.

Federica Pellegrini a Budapest riconquista il trono mondiale dei 200 sl e poi dice che pensa di chiudere lì. Almeno in quella gara lì.

Alla Rosberg.

Con l’incredula Katie Ledecky nei panni di Hamilton.

Sogni la rivincita?

Ciao.

A Budapest sono arrivati anche Vettel e Raikkonen.

Dubito siano contenti delle curiose spiegazioni offerte da Pirelli sulla grande moria delle gomme in quel di Silverstone…

Ma tant’è.

Volevo parlare dell’Hungaroring 2007.

Il week end che ha cambiato, per davvero, la Storia della F1 moderna.

Era sabato.

Le finestre della sala stampa davano sulla corsia box.

Io avevo il naso contro il vetro e vedevo, vedevo, vedevo.

Alonso che non riparte dai box, tenendo dietro l’infuriato Hamilton, così privato della chance dell’ultimo tentativo in qualifica.

C’era un motivo. Fernando non era impazzito. Lewis aveva fatto un giochetto subdolo sulla tempistica dell’uscita in pista. Lo spagnolo aveva capito il trucco. E si stava vendicando.

Vedevo, vedevo. Pensavo.

Ma mai la mia immaginazione poteva spingersi sui sentieri della fiction che si fa realtà.

Alonso aveva annunciato nel 2005 il suo passaggio in McLaren a partire dal 2007. Aveva firmato per Dennis quando aveva saputo che Todt e Schumi avevano convinto Montezemolo a preferirgli Raikkonen.

Quindi l’accordo con McLaren, annunciato con oltre un anno di anticipo, significava una cosa sola: matrimonio di lunga durata.

Chi ce l’aveva in mente, il Nero?

Venne quel week end di Budapest.

In un primo processo Fia la McLaren era stata scagionata dall’accusa di aver rubato i segreti della Ferrari. Era una estate pazzesca, all’insegna dell’intrigo. A Maranello erano incazzatissimi (eufemismo).

Ma venne quel week end in salsa goulash.

Alonso fermo ai box con Hamilton dietro, bloccato, che strilla.

Il pandemonio.

Il ricorso di Lewis. Contro il compagno di squadra. La McLaren che si schiera con il Nero. La giuria che retrocede Fernando sulla griglia di partenza.

Vedevo, vedevo. Non potevo immaginare.

Domenica mattina.

Alonso va da Dennis e gli fa: o mi date la garanzia che il primo pilota sono io oppure metterò a disposizione della Fia gli elementi in mio possesso sulla spy story.

Le mail.

Lì accadde una cosa incredibile. Dennis si era impegnato con la Fia, all’epoca del primo processo, a collaborare con la federazione comunicando l’emersione di eventuali elementi aggiuntivi.

Dennis alzò il telefono e informò Max Mosley, numero uno Fia.

Saltò la diga.

Mi sono sempre chiesto: perché Dennis chiamò Mosley? Se era lui il regista della Grande Truffa, se era il Bandito, perché si sentiva obbligato a cooperare con l’inchiesta federale? Al Capone si è mai auto denunciato?

Vedevo, vedevo. Capivo e non capivo.

Non capivo?

Ai piloti della McLaren venne garantita l’immunità. Ad Alonso ma anche ad Hamilton, che dichiarò di essere stato sempre all’oscuro di tutto.

Non sapeva nulla, Lewis? O non poteva non sapere?

E Alonso, nel cupio dissolvi che ovviamente portò alla rottura del suo contratto con la McLaren, si espose così tanto soltanto avendo, come unica garanzia, l’immunità da parte della Fia?

Oppure, come dopo la sentenza definitiva sullo scandalo nei giorni pre Spa, oppure, come mi fece capire Flavio Briatore proprio sulle Ardenne, allo spagnolo era stato promesso qualcosa di diverso, dopo due anni di purgatorio in Renault?

Non voglio scomodare Pier Paolo Pasolini, che pure una volta, su cose ben più serie, scrisse: io so. Ma non ho le prove.

Di sicuro io so che quel week end ungherese di dieci anni fa ha cambiato la Storia della Formula Uno contemporanea, ha spostato carriere, ha inciso su albi d’oro (non solo quello del mondiale 2007, vinto da chi lo meritava al netto di qualunque imbroglio, alias Kimi Raikkonen), ha aperto ferite nel cuore di tanti appassionati.

Sì, io so.