Ho sempre avuto un rapporto contraddittorio con le corse made in Usa.

Forse mi ha condizionato lo scarso interesse di Enzo Ferrari nei confronti degli ovali. Notoriamente fece una sola eccezione, su sollecitazione di Ciccio Ascari. Ma la missione Indy della Rossa si risolse in un fiasco e non se ne parlò più. Fino a metà anni Ottanta, quando il Vecchio, in rotta di collisione con gli inglesi, minacciò di trasferirsi oltre oceano e fece preparare a Gustav Brunner una monoposto per le competizioni in America.

Non a caso quella macchina, che è esposta alla Galleria di Maranello, non gareggiò mai: venne usata come strumento di pressione e centrò l’obiettivo.

Ciò premesso, non riesco a restare indifferente di fronte alla avventura Indy di Fernando Alonso.

Ho già detto e scritto che merita di esserne ammirata la audacia, certo stimolata dalle imbarazzanti (eufemismo) prestazioni della McLaren Honda sui circuiti della Formula Uno.

Uno non rinuncia a Montecarlo se solo sa di avere una chance, almeno di divertirsi.

Ma, nella stessa domenica monegasca, io farò il tifo per Fernando.

Non ho conosciuto Jim Clark e Graham Hill, che la 500 Miglia l’hanno vinta.

Ho amato Mario Andretti e una intervista con lui a Donington nel 1993 resta un bellissimo ricordo.

Poi ho visto da vicino Villeneuve junior e Ciccio Montoya, che dopo aver trionfato a Indy nei Gran Premi hanno avuto sorte diversa.

Eppure, ferma restando la differenza generazionale e il mutamento delle epoche, il tentativo di Alonso mi fa pensare ad Emerson Fittipaldi.

Due volte campione del mondo in F1. Proprio come Alonso.

Protagonista di una nuova vita in America, quando i suoi rivali da Gp avevano da un pezzo appeso il casco al chiodo (Lauda, Hunt, eccetera).

Sono storie diverse e personaggi diversi.

Ma potrebbe anche finire alla stessa maniera.