CHI, IN QUESTE ore, spera nel raggiungimento del “quorum” al referendum anti-trivelle, che andrà in onda oggi, non ha certamente apprezzato l’ultima esternazione dell’ex Presidente della Repubblica e senatore a vita, Giorgio Napolitano, che, sulla scia del premier Matteo Renzi, ha lanciato,lui sì, una bomba, nel mare delle piattaforme per l’estrazione degli idrocarburi. L’inquilino precedente del Quirinale, smentendo pure il suo successore sul Colle, ha, infatti, esortato gli italiani a non andare a votare, spiegando che l’astensione “è un modo di esprimersi sull’inconsistenza dell’iniziativa referendaria”. E ha, poi, rincarato la dose, aggiungendo di trovare “persuasivi gli argomenti sulla pretestuosità della consultazione”. Una doccia fredda, insomma, per tutti coloro che, denunciando il bavaglio dei media sulle trivelle,si sono battuti per le ragioni del “Sì” che hanno un significato ben preciso: in caso di vittoria, d’ora in poi, sulle ali dell’ambientalismo verde, non potranno essere utilizzate le piattaforme marine entro le 12 miglia dalle coste quando le singole concessioni di estrazione andranno in scadenza.

COME DARE loro torto? Se, nel merito della questione referendaria, Napolitano può anche avere ragione, colpisce, comunque, la disinvoltura con cui l’ex Capo dello Stato ha cambiato idea: sullo stesso argomento, oggi, ha detto esattamente il contrario di quanto aveva dichiarato nel 2011. Correva, allora, l’era Berlusconi e gli italiani si stavano preparando alle consultazioni popolari abrogative su acqua pubblica, nucleare e lodo Alfano: in quell’occasione il vecchio Presidente non lesinò negli elogi dello strumento referendario “elemento di democrazia diretta”: guai, dunque, a non andare a votare. C’è chi maligna sul fatto che Re Giorgio abbia deciso di boicottare così platealmente il referendum anti-trivelle per salvaguardare non solo gli interessi del governo, ma anche quelli degli operatori del settore. Comunque Napolitano, solitamente così cauto, ha esternato a sproposito, facendo arrabbiare anche tutti quei presidenti regionali di sinistra che hanno, invece, promosso la consultazione. Se Napolitano poteva, quindi, evitare di scendere in campo, altrettanto si può dire per il Presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi, che, qualche giorno prima, aveva, invece, caldeggiato il voto degli italiani, perché andare alle urne fa parte della carta d’identità del buon cittadino. Secondo alcuni, l’ex inquilino del Quirinale ha esternato proprio per replicare al “numero uno” della Consulta. Ma, al di là delle intenzioni, come spiegare tutti questi interventi da parte di personaggi che, per il loro ruolo, avrebbero dovuto scegliere la terzietà assoluta? La verità è che il referendum anti-trivelle ha finito per subire – dopo i fatti di Potenza, con le dimissioni a sorpresa del ministro Federica Guidi – una forte politicizzazione, divenendo così uno strumento per regolare i conti all’interno del Partito Democratico in particolare e per innescare nuove micce sul cammino del governo. Gli strani giochi del Palazzo si insinuano dappertutto, anche nei pozzi di estrazione degli idrocarburi.

UNA VOLTA, quando ci chiedevano di non andare a votare, i politici dicevano: “Tutti al mare!”. Ma come la mettiamo con le trivelle vicine alla costa? Forse aveva ragione Walter Veltroni che, nel romanzo “L’isola e le Rose“, a proposito di una piattaforma al largo dell’Adriatico, diventata per pochissimo uno Stato indipendente esperantista, aveva messo in bocca a un giornalista: “Noi pensiamo che i nostri enti turistici non dovranno lasciare cadere un’occasione tanto unica e preziosa. L’Azienda di soggiorno, soprattutto, non deve permettere che venga abolito il manufatto divenuto ormai parte integrante del lancio pubblicitario e turistico di Rimini”. Così va il mondo, ma, a proposito, volete sapere cosa farò oggi? Andrò a votare, come sempre.
giancarlo.mazzuca@ilgiorno.net