Il calcio è un malato in coma farmacologico. Vegeta. Tenuto in vita a forza. A stento. Quasi per miracolo.
E non parlo di crack finanziari, vedi Parma. Destinati per altro a proseguire come un terribile domìno (ricordate, il gioco che, caduto un mattoncino, faceva cadere tutti gli altri?…).

Non parlo degli altri problemi che lo attanagliano: la violenza – non solo fisica ma anche verbale e psicologica di tanti suoi protagonisti o comparse – l’ignoranza e l’avidità – di troppi presidenti e dirigenti – l’incapacità – di troppi addetti ai lavori.
Parlo di passione. Di emozioni. Di energie positive.

Il pallone è sgonfio perchè non genera più la “empatia” di un tempo con chi – più in là – dovrà portarlo avanti.
Cioè, i BAMBINI.

Ve li racconto, i bambini di oggi, nel loro rapporto con il calcio.
Ai miei tempi (meno di 30 anni fa), un bambino di 10 anni, in classe, si “scannava” tutti i giorni per difendere i propri colori, la propria squadra, il proprio beniamino. Tutti, o quasi, in classe, ne parlavano. Ci si scontrava per un gol, un fuorigioco. E poi si cercava la rivincita nell’intervallo, con la mitica palla fatta di carta straccia, scocciata in qualche modo, che regolarmente dopo un paio di giorni era da rifare, perchè diventata ovale e piena di strappi. E nei momenti di pausa si scambiavano le figurine dei calciatori, che erano le nostre “copertine di Linus”: non potevi farne a meno.

Oggi, un bambino di 10 anni, generalmente, se ne infischia della squadra del cuore. La “tifa”, magari porta in classe il cappellino e la sciarpa. Ma raramente la guarda in tv. Quasi mai ne parla in classe. Qui, tra gli amici, le discussioni sono assorbite da ben altro: si passa, in base alle fasce d’età, dalle carte da collezione ai videogames, gli stramaledetti videogames. Di questo parlano, ossessivamente. Come rapiti, indemoniati.
Non di calcio, di quello che era il gioco più bello del mondo. E le figurine dei calciatori sono state drasticamente soppiantate da carte e figurine di mostri e mostriciattoli assortiti.

Un ex calciatore di Serie A, mio amico, che oggi gestisce un importante settore giovanile di una società dilettantistica, con circa 300 bambini e ragazzi, conferma e sottolinea: “E’ vero, purtroppo, ai bambini di oggi del calcio non gliene frega più un tubo”.

Spesso vanno a giocare nella società, solo su caldo invito del papà. Fosse per loro, smetterebbero il giorno stesso.
Oppure vanno, giocano, si divertono, ma poi staccano subito la spina e si reimmergono immediatamente nei videogames, appiccicandosi a smartphone e tablet, che ormai maneggiano già a 6 anni…
Dovessero scegliere come di fronte a un bivio, o votare come a un ballottaggio elettorale, la vittoria del videogames sarebbe tirannica.

Si potrebbe andare avanti a lungo….con questi esempi.
Ma bastano, credo, per dare un quadro clinico del calcio molto grave, drammatico, per chi lo ama ancora e spera che possa vivere ancora a lungo.
Il calcio è in coma. Sta morendo. E dall’alto – le istituzioni calcistiche in primis – stanno cercando di dargli il colpo di grazia.

Gli stadi si svuotano e si svuoteranno sempre più. Rimarranno mostri, fantasmi, incubi.

Tra non molto, tutti noi, rimarremo orfani del gioco più bello del mondo.

Non sarà la fine, del mondo, ma un grosso peccato.
O no? Voi che ne dite?

alessandro.crisafulli@ilgiorno.net
@pedateepalloni