Milano, 8 gennaio 2018 - Sugli attacchi di panico, disturbo diffuso nella popolazione mondiale in tassi sempre più elevati, si spendono spesso spiegazioni poco approfondite e pertinenti in quanto, a differenza della rottura di un osso, questo tipo di patologia non risulta essere “dimostrabile”. Ciò determina spesso una serie di fraintendimenti che non fanno altro che peggiorare lo stato psicologico di chi si trova a fare i conti con questo problema. Per anni, infatti, anche la clinica ha trattato l’attacco di panico come un disturbo esclusivamente psicologico, considerandolo come una sorta di picco dello stato d’ansia. E’ nel 1980, nel DSM-III, che viene avanzata una prima teoria neurobiologica in relazione al disturbo di panico, andando in qualche maniera a indagare anche i processi chimici che si attivano durante una crisi, dimostrando quanto poco realistico anche in termini biologici fosse il convincimento che le persone affette da questa patologia potessero risolverla attraverso la semplice forza di volontà. Oggi la psichiatria concorda sul fatto che un attacco di panico sia il risultato di una serie di fattori che coinvolgono: psicologia, chimica, genetica ed ereditarietà.

Il disturbo di panico è un disturbo psichiatrico comune che colpisce circa il 7% della popolazione, con una netta predominanza femminile. Gli studi sull'associazione tra malattia psichiatrica nei parenti di primo grado hanno rivelato un'ereditarietà di circa il 43% per il disturbo di panico. I pazienti con disturbo di panico, inoltre, hanno anche un alto tasso (si parla dell’80%) di avere altri disturbi psichiatrici, molti dei quali hanno anche un'importante base genetica. Secondo gli studi più recenti il disturbo di panico è una condizione multifattoriale, con più geni che creano suscettibilità alla condizione accoppiata con influenze dall'ambiente. La genetica del disturbo di panico è meno conosciuta rispetto ad altri disturbi psichiatrici in cui è risultato più facile isolare l’origine della malattia.

A suffragare la dimostrabilità di questa patologia, che può diventare invalidante se non trattata in maniera opportuna, ci sono anche i numerosi studi che hanno evidenziato senza possibilità di discussione tutti gli scompensi chimici che si attivano durante un attacco. Senza contare anche l’anatomia cerebrale dei pazienti. Nelle persone con disturbi di panico tre aree cerebrali risultano carenti di un componente fondamentale di un sistema chimico di segnalazione che regola le emozioni. Lo hanno scoperto alcuni ricercatori del National Institute of Mental Health in uno studio pubblicato sulla rivista "Neuroscience" nel 2004. Gli scan cerebrali hanno rivelato che, in alcune strutture al centro del cervello, uno specifico recettore della serotonina è ridotto di circa un terzo. La scoperta è la prima a mostrare in questi pazienti un'anormalità di questo recettore fondamentale per l'azione di molti farmaci contro l'ansia. E’ così che alcuni geni possono accrescere il rischio di soffrire di questo disturbo che affligge milioni di persone ogni anno. Per comprendere al meglio tutto il substrato biologico sono stati spesso indotti degli attacchi di panico su pazienti disposti a collaborare con i ricercatori, dimostrando quindi in maniera schiacciante che il processo che si attiva nel cervello di una persona che sta vivendo un attacco di panico è clinicamente visibile e replicabile mediante tutte le variazioni che si attivano nella sua area cerebrale. Vi sono, per esempio, molte sostanze chimiche capaci di scatenare un attacco - al pari di una reazione allergica - come l’acido lattico, il bicarbonato di sodio, l’anidride carbonica e la caffeina, solo per citarne alcuni.

Per ciò che concerne invece l’anatomia, molte ricerche hanno portato a ipotizzare che una trasmissione difettosa o esagerata nell'ambito di un circuito che comprende l'ippocampo, vari nuclei amigdaloidei, la sostanza grigia periacquedottale, la corteccia prefrontale mediale e quella cingolata, vari nuclei ipotalamici, il nucleo parabrachiale, il nucleo del tratto solitario, il locus coeruleus e la parte sensoriale del talamo, possano essere responsabili della sintomatologia degli attacchi di panico. E’ questo infatti il circuito, con le sue varie e reciproche connessioni, preposto – fra le sue numerose funzioni – a controllare la paura. Forse non tutti sanno che il disturbo di panico è una condizione nella quale, verificatosi il primo episodio di panico, la neurochimica e l'attività dei circuiti cerebrali si modificano permanentemente, andando incontro ad una vulnerabilità del circuito, che consente più facilmente il verificarsi di un attacco di panico. Quindi, il cervello funziona diversamente prima e dopo il primo attacco di panico.

Dire a una persona con un attacco di panico in corso di stare tranquilla e gestirlo con la forza di volontà equivale quindi a pretendere che una persona con un infarto in corso possa regolare il battito cardiaco con la propria forza di volontà. Gli psichiatri evidenziano proprio questa falso convincimento come una delle cause principali del peggioramento del quadro clinico di coloro che soffrono di attacchi di panico. Colpevolizzarsi a causa delle proprie reazioni fobiche, apparentemente immotivate per chi assiste a una crisi senza avere competenze mediche, è l’anticamera dell’isolamento per il paziente. Pretendere di superare tutto da soli, convincendosi che sia una questione di carattere, sopportazione, coraggio e volontà non fa che radicalizzare il sintomo creando una serie di microtraumi sempre più difficili da affrontare. Negare il quadro composito di un attacco di panico, anche e soprattutto per ciò che riguarda le interferenze chimiche e genetiche che i ricercatori hanno riscontrato, significa accettare una parziale componente di questa patologia. Tanto devastante, debilitante e traumatizzante per chi la subisce può essere, quanto è possibile contenerla e in molti casi uscirne, a patto che si accetti di trovarsi di fronte a un disturbo complesso che, per la sua natura stratificata, può necessitare diverse cure sinergiche come il supporto psicologico rafforzato da quello farmacologico. Dimostrando quanto lo squilibrio chimico influisca e giochi un ruolo determinante in un attacco di panico, gli psichiatri spiegano quindi quanto una delle soluzioni più funzionali sia il supporto farmacologico, capace di riequilibrare gli scompensi che portano all’attacco.